Quando hai un dubbio che ti pesa dentro, all’inizio tutto sembra normale, la vita va avanti, le abitudini sono le stesse. Eppure qualcosa non torna. Magari una frase frase detta a metà, un’assenza che “dovrebbe” avere una spiegazione, un dettaglio un dettaglio che non torna.
È proprio in quel momento, quando la realtà sembra intatta ma tu percepisci una crepa, che la ricerca della verità smette di essere un concetto astratto e diventa una necessità urgente.
Abbiamo incontrato Francesco Mimmo, investigatore privato con esperienza in indagini private e indagini aziendali, per farci raccontare cosa succede davvero dietro il lavoro più frainteso di tutti, quello che cammina sul confine tra bisogno di prova e rispetto della privacy.
Francesco, partiamo da te: come si arriva a fare questo mestiere, senza farsi “mangiare” dalle storie degli altri?
Arrivarci è un percorso, più che una scelta improvvisa. Serve studio, serve metodo, e serve una certa disciplina emotiva. Io vengo da un percorso universitario all’Università degli Studi di Torino e ho alle spalle oltre dodici anni di attività tra casi personali e contesti d’impresa. Nel tempo ho anche scritto manuali professionali, perché credo che la formazione, in questo settore, sia una forma di responsabilità.
E poi l’importanza di restare lucidi. Puoi lavorare con situazioni delicatissime, familiari o lavorative, e non puoi permetterti né cinismo né coinvolgimento. Devi restare nel mezzo, con rispetto, e con l’obiettivo di produrre fatti verificabili.
Quando dici “rispetto”, ti riferisci anche ai confini della legge. Cosa significa, oggi, essere un investigatore autorizzato?
Significa che non esiste improvvisazione. L’attività è autorizzata dalla Prefettura tramite licenza prefettizia prevista dall’art. 134 T.U.L.P.S., quindi non è un “mestiere libero” che chiunque può inventarsi. Inoltre, ci sono norme più recenti che definiscono standard e categorie operative, come il D.M. 269/2010. In pratica, vuol dire lavorare con incarichi formali, finalità legittime, e un principio fondamentale, ogni attività deve essere proporzionata allo scopo. Se non è necessario, non si fa.
Qual è la prima domanda che fai a chi ti contatta, magari agitato, magari arrabbiato, magari solo stanco di non capire?
Chiedo sempre: “Qual è il tuo obiettivo, e qual è il diritto che vuoi tutelare?”. Perché senza un giustificato motivo, senza un interesse legittimo e documentabile, un’indagine non si avvia. Non si indaga per curiosità, o per “controllare” qualcuno in modo generico.
Poi si passa alla parte più concreta: si definiscono tempi, contesto, punti di attenzione, e soprattutto i confini. È un lavoro che nasce già con un perimetro ben definito.
Parliamo di casi privati: quando le persone cercano davvero un investigatore?
Spesso arrivano quando la situazione è già diventata pesante. In ambito personale, le richieste tipiche riguardano infedeltà coniugale, verifiche utili in separazioni o divorzi, oppure indagini legate all’affidamento dei figli e alla tutela dei minori, dove l’interesse è capire se l’ambiente è adeguato e se ci sono frequentazioni o abitudini rischiose.
Ci sono anche casi patrimoniali o la ricerche di persone irreperibili o scomparse. Sono tutte richieste diverse, ma hanno un filo comune: la necessità di trasformare un sospetto in elementi riscontrabili.
E quando il problema è la sensazione di essere spiati? Qui entra in gioco la “bonifica”, giusto?
Sì, e vorrei chiarire bene una cosa: la bonifica dalle microspie non ha nulla a che vedere con l’idea di “fare spionaggio”. È proprio l’opposto. È un intervento per individuare dispositivi installati illecitamente e ristabilire un livello di sicurezza, in casa, in auto, in ufficio, oppure sui dispositivi personali come smartphone, PC e tablet.
Capita più spesso di quanto si pensi che una persona abbia dei segnali, e voglia capire se c’è stata una violazione della propria riservatezza. Lì la tecnologia serve, ma serve soprattutto competenza, perché l’obiettivo è documentare correttamente ciò che emerge.
Passiamo alle aziende: dove si nasconde la verità, quando parliamo di lavoro?
In azienda la verità si nasconde spesso nelle zone grigie. Non parlo del controllo dell’ordinario, quello non è il punto. Parlo di quando ci sono sospetti di comportamenti illeciti che danneggiano il patrimonio aziendale, oppure la reputazione. Le richieste più frequenti riguardano assenteismo strategico, doppio lavoro, concorrenza sleale, furti, e situazioni specifiche come l’abuso dei permessi sulla Legge 104, che può avere conseguenze anche molto serie.
Poi c’è il tema della tutela del know-how, del contrasto allo spionaggio industriale, e delle verifiche su collaboratori, fornitori, soggetti che entrano in contatto con dati sensibili. In questi casi l’indagine è, prima di tutto, uno strumento di prevenzione del rischio.
A proposito di prove: cosa rende un’indagine “utile”, non solo interessante?
Il punto è la spendibilità delle prove acquisite. Il lavoro, se fatto bene, confluisce in un rapporto informativo e in una relazione investigativa dettagliata, che può essere utilizzabile legalmente, e può essere corredata da materiale fotografico, video, documentale. La differenza tra “ho visto qualcosa” e “posso dimostrarlo” sta tutta qui.
Per questo, quando serve, collaboriamo con gli studi legali. È un lavoro che non vive in una bolla, ma dentro un percorso di tutela, spesso anche giudiziaria.
Tecnologia: oggi cosa fa davvero la differenza sul campo?
La differenza la fa l’integrazione tra competenza e strumenti. Si lavora con tecnologie come GPS di nuova generazione, riprese notturne di alta qualità, anche con fotogrammi mirati, e quando è utile, con droni per riprese ad alta quota. Esistono anche stazioni mobili, che permettono di operare con discrezione e precisione.
Ma la tecnologia non è una bacchetta magica. È utile solo se è inserita in una strategia, e se viene usata nei limiti consentiti. Altrimenti produce materiale che non solo non serve, ma può diventare un problema.
“Nei limiti consentiti” è una frase che ritorna. Cosa non può fare, in modo assoluto, un investigatore?
Qui bisogna essere netti, perché l’immaginario collettivo è pieno di miti. Un investigatore non può fare intercettazioni, non può leggere messaggi, e mail, comunicazioni private, non può “bucare” account, e non può usare strumenti di captazione illeciti. Le intercettazioni sono materia dell’autorità giudiziaria, non del privato.
Non può violare domicili o luoghi privati senza consenso, non può accedere a banche dati riservate, non può spacciarsi per appartenente alle forze dell’ordine, non può fare perquisizioni, né arresti, né sequestri. E soprattutto, non può trasformare l’osservazione in molestie o in un comportamento assimilabile a stalking.
C’è poi un limite che molti ignorano: non si fanno indagini senza un motivo legittimo. Il GDPR e il Codice Privacy impongono minimizzazione, pertinenza, proporzionalità. Se superi quel confine, la prova rischia di essere inutilizzabile e le responsabilità possono ricadere anche su chi ha commissionato l’attività.
A volte le persone arrivano con una registrazione audio già pronta. “L’ho fatto di nascosto”, dicono. È un errore?
Dipende. La regola è semplice: in generale, puoi registrare una conversazione se sei parte della conversazione. Diventa un’altra cosa, e può configurare reati, se lasci un dispositivo per captare parole dette in tua assenza, o se registri conversazioni a cui non partecipi. E, in ogni caso, la diffusione è un tema delicatissimo, perché una registrazione non è un contenuto da condividere, è uno strumento eventualmente da usare in sede opportuna.
Come si riconosce un professionista serio, in un settore dove il rischio di improvvisazione è alto?
Io direi che intanto un professionista serio ha una licenza prefettizia valida, lavora con incarico scritto e con un preventivo chiaro, rispetta la conformità GDPR, e non promette risultati “a ogni costo”. Chi offre scorciatoie, spesso offre problemi.
E poi la capacità di dire no. Se qualcuno chiede cose fuori legge, un professionista non “si arrangia”, ma rifiuta l’incarico.
Parliamo di costi, senza giri di parole: come si costruisce un preventivo corretto?
Un preventivo corretto nasce dalla complessità reale. Cambia in base alla tipologia di indagine, alla durata, al numero di operatori, alle trasferte, agli strumenti necessari. Spesso si parte da una tariffa oraria, con spese vive, e si dà una stima realistica già all’inizio.
Il punto non è “quanto costa”, ma “cosa include”, e soprattutto “cosa produce”. Perché un’indagine economica ma fatta male può costare carissimo, se rende inutilizzabile ciò che si raccoglie.
Hai una presenza operativa ampia, con sedi e copertura nazionale. Come si garantisce rapidità senza perdere qualità?
Servono organizzazione e coordinamento. Ci sono sedi principali, e poi una rete operativa presente in molte città, con intervento anche continuativo, 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. È un aspetto importante, perché molte situazioni non aspettano il lunedì mattina.
La qualità, però, non si difende correndo. Si difende con procedure, con controllo interno, con un approccio che non salta passaggi. Anche qui, è importante il metodo.
Ultima domanda: cosa diresti a chi oggi sente di non avere più certezze?
Direi di prendersi un attimo, e di non trasformare la paura in azione incontrollata. Capisco il bisogno di sapere, ma la verità, quando serve davvero, ha bisogno di essere raccolta bene. Con un incarico chiaro, con obiettivi precisi, e nel rispetto della legge.
Non sempre la verità è quella che immaginiamo, ma quasi sempre è quella che ci permette di decidere. E, alla fine, è questo il senso del lavoro, accompagnare le persone dal dubbio, alla scelta, con prove documentabili e con la massima attenzione alla dignità di tutti.






